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Durante le scorse vacanze estive mi sono posto il problema di scegliere un canto da proporre a settembre al rientro. Da qualche tempo ci siamo limitati a canti relativamente semplici, anche se di effetto; e così mi viene l'infausta (e molto masochista) idea di cercare un canto di un certo spessore, per non dire difficoltà. Conosco i nostri limiti, ma anche le nostre possibilità; e sono perfettamente consapevole (ma in quel momento probabilmente non lo ero proprio) del nostro maggior handicap, ossia la mancanza di un direttore di coro.

Dopo un paio di sere trascorse inutilmente a navigare in internet, mi imbatto in un mottetto di Bach, Lobet den Herrn alle Heiden (Psalm 117) BWV 230. Guardo sconsolato lo spartito, che si elimina da sè, se è vero che il tedesco rimane tabù nel nostro coro. Ma (s)fortunatamente mi rendo conto che il mottetto si conclude con un sontuoso Alleluja, una fuga a 4 voci che per 66 battute non fa altro che ripetere: Alleluja! Questo non è tedesco, mi dico: almeno il primo scoglio è superato. Una veloce immersione nei pentagramma, ed intuisco che si tratta di una cosetta decisamente interessante, impegnativa e stimolante. E' quello che sto cercando, una sfida da proporre ai coristi. In un attimo trovo su youtube una magistrale interpretazione di Nikolaus Harnoncourt ed il dado è tratto. Siamo agli ultimi di luglio e spedisco lo spartito a tutto il coro per e-mail, raccomandando, se non di dargli un'occhiata, almeno di ascoltarlo su youtube. Proviamoci, dico a loro; al massimo abbiamo sprecato un paio di mesi.

E così ci ritroviamo il primo lunedì di settembre con tanto entusiasmo e con lo spartito in mano. La cosa è presa molto seriamente, visto che anche Andrea, che di solito canta al buio, arriva col suo spartito. Solitamente, quando presento un canto nuovo, per prima cosa commento il testo; in questo caso non servono grossi sforzi per spiegarlo e per capirlo.

Purtroppo, nonostante la buona volontà di tutti, la prima prova è un mezzo disastro. Riusciamo ad imparare approssimativamente una dozzina di battute, ma il risultato è decisamente penoso. Non abbiamo Nikolaus che detta i tempi e gli attacchi; ogni sezione è concentrata sulla propria parte e non si riesce a tenere un tempo comune ... per non parlare degli attacchi. La mia testa continua a muoversi a destra (contralti e bassi) e a sinistra (soprani e tenori), verso l'alto (tenori e bassi) e verso il basso (soprani e contralti); ed in più devo suonare l'organo leggendo i quattro righi delle voci, visto che la partitura d'organo non l'ho trovata.
La maggior parte dei coristi alla fine, fuori di chiesa, è perplessa. E io più di loro. Quando mai, mi dico come sempre in queste occasioni, mi è venuto in mente di fare una cosa simile. Era meglio un bel canticello di Frisina, semplice e regolare, oppure del Rinnovamento, con ritmi e percussioni, facile ma di effetto. Eppure c'è qualcuno fuori dal coro. "Vedrai che ce la faremo" mi rincuora Arturo. Vorrei credergli, vista anche la sua esperienza pluridecennale di cantore. Lui però corre veloce, è davanti a tutti. Una soffiata della figlia mi ha rivelato che in agosto il papà si è studiato la parte dei bassi, l'ha evidenziata, sottolineata ecc.

La seconda prova, il lunedì successivo, non va molto meglio. Arriviamo a malapena alla ventesima battuta, con la parte vecchia da ripassare. Il problema qui è che ci saranno non più di due punti in tutto il brano in cui le voci si risincronizzano. Oltre alla difficoltà dovuta alla fuga, questo rende complicato imparare il brano a piccoli pezzi, come facciamo di solito: non si trova un punto dove fermarsi o dove ricominciare tutti assieme.

Capisco che devo fare qualcosa; nella settimana seguente mi metto di buona lena e scrivo le quattro parti vocali con un programma di notazione musicale che incorpora anche un "cantore virtuale", ossia una voce sintetizzata che canta il testo scritto sotto alle note: in questo modo genero una traccia mp3 di ciascuna voce e la rendo disponibile ai coristi di ciascuna sezione. In vari mi assicurano che la ascolteranno con lo spartito in mano, la caricheranno sui lettori e la sentiranno mentre fanno jogging, le pulizie in casa e via dicendo.
Ed inoltre mi scrivo una parte per l'organo, che mi permette di leggere i canonici due righi lasciandomi più libero di dare gli attacchi.

La terza e la quarta prova vanno decisamente meglio; facciamo dei buoni progressi e inizia ad uscire qualcosa di sensato. Sarà merito del cantore computerizzato? Mah ... forse a furia di picchiare sul chiodo, a poco a poco incomincia ad entrare. Gli attacchi sono digeriti, hanno imparato a contare le pause e bene o male vanno per conto loro. Chi canta con un direttore non si rende conto della difficoltà che implica il non averlo; devo dar loro atto di questo. Purtroppo non possiamo dedicarci solo a Bach; abbiamo degli appuntamenti da preparare, la Cresima, la Prima Comunione, un matrimonio; il tempo che rimane è esiguo.
Qualcuno si lamenta con il povero Bach e specialmente con sua moglie: "Ma cosa gli avrà mai dato da mangiare quando si è messo a lavorare a questa musica?" si chiede qualcuno, neanche se il BWV 230 fosse il risultato di un tremendo peso sullo stomaco.

I tenori indubbiamente hanno una partitura da montagne russe; salti di 6a in salita e in discesa, note spesso sopra il pentagramma e amenità simili. E allora qualcuno che si crede furbo pensa bene di cantare un'ottava sotto, guadagnandosi una mia occhiata inceneritrice che comunque serve a poco. E qui nasce una amabile polemica con Paolo, che puntando la chiave presente nel rigo di tenore, con un '8' stampato sotto, sostiene che un tenore, grazie a questa "chiave dell'8", è "libero" di cantare, a sua discrezione, un'ottava sotto, se preferisce. Ed è convinto, addirittura dice di averlo letto su wikipedia ... niente di meno che la bibbia dei nostri giorni. "C'è scritto: l'8 permette di eseguire un'ottava sotto quello che c'è sul rigo". Impossibile; non capisco se scherza o è serio e mi riservo di controllare la fonte. Ovviamente la bibbia dice quello che ben so, ossia che questa notazione richiede di cantare un'ottava sotto rispetto a quanto canterebbe una voce femminile, che ha un pitch (frequenza fondamentale) di valore circa doppio rispetto a una voce maschile. Glielo dico, ma non è molto convinto, anche se si rende conto che non ha altra possibilità che allungare il collo e fare le note alte.

Con la quinta prova facciamo un bel passo in avanti; l'effetto volano si fa sentire, il coro, questa enorme massa che all'inizio sembrava rifiutarsi di fare il minimo spostamento, a poco a poco ha iniziato la sua corsa ed ora procede sempre più spedito verso l'ultima battuta, trovando in se stesso l'energia che garantisce il movimento, rendendo così meno faticoso il mio lavoro di insegnamento. Riusciamo ad arrivare alla fine, anche se probabilmente si sono dimenticati delle battute iniziali, dato che abbiamo proceduto a piccoli pezzetti.

Ma abbiamo anche un altro appuntamento da preparare, ossia una messa cantata a Vernasca, nel piacentino, paese fino a un decennio fa del nostro Augusto, del quale ha mantenuto una sorta di semi-cittadinanza. Lui si è dato da fare e ha insistito affinchè si realizzasse questa iniziativa, che finalmente riusciamo a varare in una splendida domenica di metà ottobre.

Il giorno dopo abbiamo finalmente la sera libera per ripartire da capo e cercare di fare tutto il brano, non dico completo ma almeno in due parti.
I soprani sono in formissima; anche loro hanno una partitura impegnativa, ma forse anche perchè si sentono più sicure, ripartono dall'inizio con slancio e decisione e si guadagnano il mio apprezzamento. Soprani, cosa è successo? Irene non ha dubbi: "E' il gnocco fritto di ieri". Beh, se le cose stanno così potremmo fare un pranzo piacentino ogni domenica.
I contralti invece non sono brillantissimi; un passaggio nelle prime battute continua ad essere ostico. Ma non c'eravate anche voi ieri al pranzo, chiedo? Probabilmente il gnocco fritto non ha su tutti gli stessi effetti...
Non importa; alla fine della prova abbiamo raggiunto l'obiettivo: pur se in due parti, siamo riusciti a ripassarlo tutto. Qualcuno, preso dall'entusiasmo, dopo l'accordo finale butta lo spartito per aria, qualcuno fa dei fischi di auto-incitamento, qualcuno dice che siamo pronti a riprendere in mano "In gloria Dei" di Donizetti, simile a questo Alleluja nella forma di una fuga a 4 voci, che qualche anno fa avevamo abbandonato dopo un timido tentativo, spaventati dal groviglio delle voci e dalla mancanza di un direttore.

Sono sicuro che alla prossima prova riusciremo a farlo tutto completo, dall'inizio alla fine; poi sistemeremo i coloriti e aumenteremo leggermente il ritmo, aiutandoci magari con un metronomo. Ed infine ... lo metteremo nel cassetto, in attesa della Pasqua 2012.

 

Carlo, organista per scelta e direttore suo malgrado


 

Il Coro della Trinity Episcopal Cathedral - Phoenix, Arizona, esegue l'Alleluja dal mottetto BWV 230 Lobet den Herrn alle Heiden, di J. S. Bach

 

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La prova di primavera non inizia nel migliore dei modi.

Mi ritrovo davanti alla canonica, dove mi sono recato per recuperare le chiavi della chiesa, e guardo sconsolato il portone tristemente chiuso, sebbene abbia già scampanellato per tre volte. Mi dichiaro vinto; evidentemente il don è uscito e si è dimenticato di avvisarmi. Per fortuna il sacrista ha quelle di riserva e finalmente, dopo essere passato da casa sua, arrivo alla chiesa.

Paolo è già sul posto e non si fa scappare la ghiotta occasione, più unica che rara, di potermi bacchettare a causa del mio incolpevole ritardo. Gli concedo questa soddisfazione e assieme saliamo all'organo con microfoni, mixer e cavistica varia. Dopo qualche minuto arriva anche Marco con casse e percussione elettronica.

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Siamo alla penultima prova prima di Natale, l'ultima prima della meditazione cantata che da una decina di anni proponiamo alla comunità come momento di preparazione alle festività natalizie.

Arrivo al parcheggio dell'oratorio assieme a Nicoletta; fortunatamente questa sera non c'è la solita partita di calcio delle Tigri di Sartirana che causa sistematicamente la saturazione del parcheggio, rendendo difficoltoso anche lo scarico della tastiera e delle altre attrezzature. Almeno non inizierò a santiare ancor prima di incominciare le prove.

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"Settembre, andiamo, è tempo di migrare" cantava il poeta. Per noi settembre è tempo di ricominciare; le vacanze sono un pallido ricordo, i più disperati fanno già progetti per il ponte dell'Immacolata o addirittura per la prossima estate. Ed anche per il nostro coro è tempo di ripartire.

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Dopo la pubblicazione dei due precedenti articoli ho scoperto che, ogni volta, hanno suscitato una sorta di toto-corista per scoprire chi si celava dietro gli alias che ho usato nel raccontare le vicende delle nostre prove; in conseguenza di ciò ho avuto, da parte dei coristi, reazioni abbastanza diverse, che potrei classificare in questo modo:

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L'appuntamento con la Pasqua è sempre un momento fondamentale, non solo dal punto di vista ecclesiale, ma anche per il coro; scegliere uno o più canti nuovi da eseguire in occasione della Messa più importante dell'anno è comunque una piccola responsabilità da non sottovalutare, per chi è chiamato a questa decisione.

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E' lunedì e sono da poco passate le otto e mezza; sto suonando l'organo mentre attendo che arrivino i coristi. Le prove sono previste, da tempo immemore, per le otto e trequarti ed ogni volta sembra che si replichi lo stesso copione.

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