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TERZA DOMENICA DOPO PASQUA - 26 APRILE 2020

Terza Domenica dopo Pasqua - Gv 1, 29-34
Questa settimana don Riccardo ci invita alla lettura di questo commento al Vangelo pubblicato sul sito della Diocesi.
 
ESSERE IL DITO CHE INDICA GESU’ L’AGNELLO
a cura di don Giuseppe Grampa
 
Provo ad immaginare la scena descritta dalla pagina evangelica: Gesù viene verso Giovanni il Battista che lo indica con le parole «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo». Immagino che Giovanni accompagni queste parole con uno spontaneo gesto del braccio e della mano che indica Gesù. Due volte dice ‘ecco’…e il dito indica Gesù. 
Questo gesto ha colpito l’immaginazione di tanti pittori che hanno raffigurato Giovanni proprio con il braccio teso e il dito che indica Gesù. Mi sembra che questo gesto sia davvero qualificante la Chiesa e in essa ogni credente chiamato ad indicare Gesù. 
Se frughiamo nella nostra memoria certamente troveremo il ricordo di qualche volto, che, quando eravamo bambini, ci ha indicato Gesù, ci ha accompagnati passo dopo passo fino a Lui. Non posso non ricordare con gratitudine mia madre, per me è stata lei il dito che mi ha indicato Gesù, mi ha accompagnato verso di Lui. 
Ognuno di noi è chiamato a questo compito: indicare ai più giovani – figli, nipoti, alunni – l’ideale per il quale battersi, il traguardo da raggiungere. Potremmo dire che è adulto proprio chi è capace di indicare il cammino ai più giovani che si affacciano alla vita. E non c’è cammino di fede se un adulto non indica nella persona di Gesù il senso per l’esistenza. In altre parole, ognuno di noi deve essere per l’altro, soprattutto per i più giovani, come il dito che fa segno, indica. 
Talvolta ci sentiamo inadeguati per un compito tanto alto e impegnativo, il compito educativo e in particolare di educazione alla fede. Conosciamo i nostri limiti, le nostre incoerenze e ci sembra giusto sottrarci. E invece no: proprio perché non proponiamo noi stessi, l’imitazione della nostra talvolta sgangherata vita, ma proponiamo Lui il Signore, possiamo, anzi dobbiamo farlo nonostante le nostre deficienze. 
Davvero come prete vorrei essere per quanti mi incontrano niente altro che un dito che indica il Signore. 
Indicando Gesù Giovanni pronuncia alcune parole. Anzitutto presenta Gesù come l’agnello. 
A noi questa immagine forse suscita soltanto un senso di tenerezza per questi candidi animali. Invece nella tradizione ebraica innestata non a caso su una cultura agro-pastorale, l’agnello riveste un grande valore simbolico. In due testi profetici il Servo di Dio, il Messia salvatore si presenta così: “Io ero come l’agnello mansueto che viene portato al macello….maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca, era come agnello condotto al macello” parole che abbiamo ascoltato il venerdì santo, poco prima di rivivere la morte di Gesù sulla croce. Gesù è quindi l’agnello che, con il dono incondizionato di se, toglie il peccato del mondo. Notiamo la formula al singolare: Gesù toglie il peccato…Certo esistono i peccati cioè le singole scelte negative ma tutte dipendono da quel peccato, quell’unico che ne è come la matrice. Dirà l’evangelista Giovanni che il peccato del mondo è non credere nel Figlio di Dio. Diciamolo in termini positivi: una vita pienamente realizzata, non sprecata o buttata, è una vita aperta a Cristo. Ricordiamo le parole del santo pontefice Giovanni Paolo II: “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”. E infine il Battista dice ancora indicando Gesù: “Dopo di me viene un uomo che era prima di me”.Che significa questa precedenza? Certo non è cronologica perché Gesù è nato alcuni mesi dopo Giovanni Battista, eppure Gesù è prima,prima di Giovanni, anzi prima di ogni uomo. Questa precedenza racchiude una preziosa verità: Gesù è il vero Adamo, il prototipo, il primogenito. Dobbiamo correggere l’idea secondo la quale all’origine vi sarebbero l’uomo e la donna e successivamente, per rimediare alla colpa di origine, entrerebbe in scena Gesù. No: da sempre in Dio vi è questo sogno, questa unica volontà: che ogni uomo sia plasmato sul prototipo, sul primogenito che è Cristo. Vuol dire che ogni uomo, credente o no, lo sappia o meno, porta impressa la somiglianza con Cristo, cioè le fattezze, i tratti del figlio amato di Dio. Nel volto di ogni uomo, senza discriminazione alcuna culturale o religiosa, dobbiamo riconoscere i tratti del volto di Cristo. Io non conosco altro modo altrettanto decisivo per fondare la dignità di ogni uomo e di ogni donna. 

SECONDA DOMENICA DOPO PASQUA - 19 APRILE 2020

Seconda Domenica dopo Pasqua - Gv 20, 19-31
 
La celebrazione della Pasqua dura, ad iniziare da domenica scorsa, per sette settimane e si concluderà nel cinquantesimo giorno, il giorno della Pentecoste. Durante questi cinquanta giorni, il Padre nostro che è nei cieli, vuole attirarci al suo Figlio unigenito. Perché possiamo incontrarlo e credendo in Lui risorto dai morti, avere la vita eterna.
 
1. La pagina del Vangelo descrive questo incontro dell’uomo col Risorto e le condizioni perché esso possa accadere nella nostra vita.
L’incontro dell’uomo col Risorto viene descritto così: “venne Gesù, si fermò in mezzo a loro… mostrò loro le mani ed il costato … alitò su di loro”, e queste sono le azioni compiute da Gesù. Le sue parole: “pace a voi … ricevete lo Spirito Santo”. Le parole spiegano i gesti.
E’ un avvenimento di presenza (si fermò in mezzo a loro): è la sua Persona a venire, a fermarsi in mezzo ai discepoli. Non è solo un ricordo di una presenza sperimentata nel passato; non è solo la memorizzazione del suo insegnamento: un raccontarsi ciò che Egli aveva detto e fatto. Egli era morto, ma ora vive per sempre ed è presente in mezzo a noi. Come si mostra e di-mostra? come si dà a vedere nella sua identità? “mostrò loro le mani ed il costato”: i segni della sua crocifissione. Egli si mostra come Colui che è morto e che custodisce intatti, anche nella sua vita eterna, i segni della sua passione. Sia perché nessuno dubiti che il Risorto è lo stesso Crocefisso, sia perché si riconosca che la sua morte lo ha per così dire come eternamente “fissato” nel suo amore, nel suo dono per l’uomo: per sempre. “Egli resta per sempre, poiché Egli ha offerto se stesso una volta per sempre”. Egli non ha più mutato il suo “essere-totalmente-per noi”. Ecco, fratelli e sorelle: questa presenza noi dobbiamo sentire viva in questi cinquanta giorni.
Una presenza che trasforma la vita di chi incontra il Risorto. Perché? Perché Egli compie sui discepoli un gesto che a noi oggi può sembrare strano, “alitò su di loro”, ma che si comprende benissimo se teniamo presente la tradizione biblica e le parole che accompagnano questo gesto.
La tradizione biblica. La S. Scrittura descrive la creazione dell’uomo in questo modo: “il Signore Iddio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Attraverso questa descrizione così semplice, viene descritto l’intero paradosso dell’esistere umano: costituzionalmente fragile (plasmato, fatto di polvere), ma dotato di un alito di vita che viene da Dio. L’uomo si scopre, esistenzialmente, misero se visto nella sua origine e grande se visto nel suo rapporto diretto con Dio. Rompendo col peccato questo rapporto, egli si trova nelle mani solo la sua miseria: “Allora il Signore disse: il mio spirito non resterà sempre nell'uomo”(Gen 6,3a).
Se tenendo conto di questa tradizione biblica, ritorniamo ora alla pagina evangelica, essa risulta chiara. All’uomo destinato a morire, il Risorto, “colui che ha potere sopra la morte e sopra gli inferi”, viene ridonato lo Spirito fonte di vita: che dà la vita. L’uomo è ri-generato nella sua originaria grandezza nell’incontro col Signore Risorto. Sono i cinquanta giorni della nostra rigenerazione, della nostra nobilitazione.
La conferma di questa Presenza  e dell’incontro accaduto è descritto semplicemente così: “e i discepoli goderono al vedere il Signore”. L’incontro genera gioia. Perché? Perché la presenza del Risorto non si impone, ma “si comunica attraverso la dinamica più consona e rispettosa della conoscenza umana: Egli, infatti, si rivela come una presenza che corrisponde in modo eccezionale ai desideri più naturali del cuore e della ragione umana” (L. Giussani). Quando l’uomo vive questa corrispondenza, è nella gioia.
In conclusione: ricevendo in questi cinquanta giorni lo Spirito, saremo resi capaci di vivere la Presenza di Cristo in mezzo a noi, e questa è la nostra gioia.
 
2. Ma la seconda parte del Vangelo ci descrive le condizioni e le difficoltà che l’uomo, Tommaso, incontra per “percepire-vedere” questa Presenza. Tommaso è stato rimproverato perché all’inizio si è come chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare credito ai suoi amici, nell’attesa di fare lui stesso l’esperienza che loro avevano fatto.
Il nostro cammino che ci conduce a vivere l’incontro col Signore risorto inizia sempre dall’ascolto di chi ci testimonia l’avvenimento della Risurrezione, non solo colle parole ma anche nei fatti: mostrandoci i fatti che sono la vita della Chiesa, i miracoli della santità cristiana.
 
Ecco, viviamo questi cinquanta giorni nel desiderio di comprendere “l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti”. “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro … mostrò loro le mani ed il costato”.  
 
Don Riccardo  

SESTA DOMENICA DI QUARESIMA - 5 APRILE 2020

Domenica delle Palme – Gv 11,55 - 12,11
 
La liturgia di oggi ci introduce nella Settimana Santa, nel grande Mistero che è la Pasqua di Cristo.
Saremo chiamati a rivivere gli eventi della nostra Salvezza; quella Salvezza che Gesù offre, gratuitamente, a tutti gli uomini.
Introdotti alla Settimana Santa per diventare, noi stessi, Santi!
Lasciamoci salvare e invochiamo il dono della Santità. Perché la Santità è un dono e non l’esito di uno sforzo umano.
Dio Padre, con Gesù, cambia la storia degli uomini e desidera cambiare la nostra storia.
 
Gesù entra in Gerusalemme, e ci voleva coraggio. La misura dei Farisei era colma, dopo la resurrezione di Lazzaro la decisione di eliminare Gesù era cosa fatta.
Andava eliminato, tolto di mezzo.
I Farisei sentivano vacillare il loro potere. Troppo successo, troppo consenso ormai attorno a quel Rabbi.
Gerusalemme era una città piena di contraddizioni, egoismi, odi, violenza e sopraffazioni.
Ma Gesù non si tira indietro.
Pur conoscendo come andrà a finire: quello stesso popolo che oggi canta i suoi osanna tra pochi giorni griderà il suo: crocifiggilo! Crocifiggilo!
Quello stesso popolo che oggi lo accoglie come un Re Lo manderà sulla Croce a morire, Lo schernirà, Lo sbeffeggerà.
A Lui preferiranno il terrorista e assassino Barabba.
Gesù lo sa. Gesù conosce il cuore degli uomini ma entra ugualmente a Gerusalemme.
 
E Cristo continua ad entrare anche oggi nelle nostre città!
Anch’esse piene di contraddizioni, di egoismi.
Cristo continua ad entrare, desidera entrare nelle nostre case, nelle nostre vite, nei nostri poveri cuori.
Lui non ha paura e non teme le nostre contraddizioni. Lui viene e non si stanca di venire e di rinnovare per noi, nel mistero dell’Eucaristia e della Chiesa, il dono della Sua Passione. 
Il dono della Sua dolce Presenza accanto a ciascuno di noi e in modo particolare a quanti vivono giorni segnati dalla sofferenza e dalla morte.
 
A noi l’invito della Chiesa ad accogliere questo dono.
Siamo chiamati ad entrare nel cuore trafitto di Cristo per vedere e gustare la grandezza di un Amore che si dona per aprire in noi la Speranza.
 
Buona domenica e buona Settimana Santa
Don Riccardo  

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA - 29 MARZO 2020

Domenica di Lazzaro; Gv 11, 1-53
 
La lunga, stupenda pagina del Vangelo appena letta narra della suprema opera compiuta dal Signore nella sua Vita fra gli uomini: la risurrezione dei morti. 
Carissimi: ascoltate veramente, non distrattamente, non superficialmente questo straordinario racconto. E’ di te che esso parla, di te e di me in questi giorni profondamente segnati dal dolore e dalla morte di tanti fratelli. Perché ti offre la rivelazione di una possibilità di esistenza concretamente diversa da quella abituale; una possibilità che scaturisce dall’incontro con Cristo, compiuto dalla fede; con Cristo che è “la Risurrezione e la Vita”.
 
1. “Io sono la Risurrezione e la Vita”. La pagina del Vangelo parla di Cristo che fa un incontro, l’incontro colla morte: guardatelo di fronte ad un sepolcro sigillato da quattro giorni. Che cosa succede, come reagisce?
 “Gesù scoppiò in pianto”: è l’unica volta che Giovanni dice che Cristo pianse. Egli davanti alla morte freme, è sconvolto, piange. Il Signore nostro Dio non è un Dio impassibile, immutabile, inattingibile dal mostruoso non senso della morte. Egli sente in sé il peso, tutto il peso della morte come il non-senso totale: Egli lo prende sul serio. Non credete mai a nessuna proposta religiosa e laica che vi insegni a censurare il pensiero della morte, che vi indichi la strada per evadere anche da una sola esperienza umana. E’ una proposta falsa: tu devi fare i conti con la morte! Ecco: Gesù, Dio vero uomo vero si trova di fronte alla morte, all’ultimo vero nemico che deve essere distrutto, ma a costo di una Battaglia dove il Dio incarnato si presenta nell’innocenza del suo abbandono al Padre. Ma succede solo questo? Solo il pianto?
 “Disse Gesù: togliete la pietra”. Egli passa all’azione: comincia la lotta contro la morte. Come si svolge questa lotta? Essa è preghiera di ringraziamento: “Gesù allora alzò gli occhi...” . Egli sa che il Padre ha inviato il Figlio e Questi è venuto a compiere la volontà del Padre. Quale? “Dio ... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Dio si è preso cura dell’uomo. Ed ora Gesù può procedere all’azione che mostra che questa è la volontà del Padre: “Lazzaro, vieni fuori”. Fuori dal sepolcro, fuori dalla morte: verso Lui, la Vita e la Risurrezione e la Gioia di tutti. Ecco che cosa succede nell’incontro fra Cristo e la morte. Questo è ciò che Dio in Cristo ha fatto.
 
2. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà”. E tu ora che hai ascoltato questa pagina, come ti trovi? Essa ti riguarda, ti può realmente coinvolgere? La risurrezione di Lazzaro è un segno che anticipa l’avvenimento vero: la Risurrezione di Cristo. E’ in essa che Cristo ha vinto definitivamente la morte. Ed Egli ti dice che oggi tu puoi incontrarlo e vivere veramente. Come?
 - Nella fede: “chi crede in me ...”. cioè: chi ritiene che Egli non altri o non altro, è la nostra salvezza. La sua Persona, non semplicemente la sua dottrina.
 - Ma la fede chiede un incontro “fisico”, in un certo senso, colla sua Persona. Questo incontro accade nell’Eucarestia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ... Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
 
Conclusione
“Lazzaro, vieni fuori”: questa parola risuona anche per te. Sì, per te e per me in questi giorni così drammatici. Vieni fuori dalla tua morte, dal sepolcro del tuo egoismo, della tua impurità, della tua confusione, della tua tristezza!
“Sono già quattro giorni”: ma come è possibile? E’ già da troppo tempo che vi sono rinchiuso dentro.
“Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”: se credi, se incontri Cristo vedrai che Dio è capace di ricrearti, vedrai che Egli in Cristo è Colui che ti ha amato perché tu non muoia, ma viva una vita eterna.
  
Buona domenica 
don Riccardo

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA - 22 MARZO 2020

Domenica del cieco - Gv 9, 1-38b
 
Nel Vangelo di questa domenica troviamo due posizioni a confronto: da una parte il “sano realismo” del cieco nato e dall’altra parte i “contorti ragionamenti” dei farisei.
Un uomo, il cieco nato, che parte dai fatti e della gente (i farisei) che mette la propria teoria, il proprio punto di vista, prima della realtà e sopra di essa.
Un uomo che è disposto a imparare e perciò a cambiare (convertirsi) e altri che difendono accanitamente la propria posizione anche a costo di negare l’evidenza!
Il cieco nato riconosce la realtà: “prima non vedevo e ora ci vedo”.
C’è un prima e c’è un dopo perché c’è un incontro: la vita illuminata da Cristo, da l’incontro con Lui.
Perché questa differenza?
Perché il cieco nato era uno che non aveva nulla da difendere. Era uno bisognoso di tutto! Dipendeva in tutto dagli altri.
È così anche per noi: siamo bisognosi di tutto e dipendiamo in tutto da Cristo!
L’incontro con Lui cambia tutto. Cambia la vita!
Cambia il modo di vedere le cose, è un modo nuovo di vedere tutte le cose:
I tuoi amici, i tuoi genitori, i tuoi figli, il tuo prof., il capo ufficio, tua moglie (tuo marito) e anche questa circostanza del tutto straordinaria di una vita “ritirata”.
“Un tempo eravate tenebra, ora siete Luce nel Signore”.
È il miracolo del proprio cambiamento. È come vedere il mondo per la prima volta.
Perché sei cristiano?
L’unica risposta possibile, anzi, veramente ragionevole, solidamente imbattibile è questa: “prima non vedevo e ora ci vedo”. Anche noi come il cieco nato.
Tenebre e luce: c’è un prima e c’è un dopo perché c’è un incontro. 
È l’incontro con Lui che ci fa passare dalle tenebre alla Luce, dalla morte alla Vita, dalla condizione di schiavo alla vera libertà.
 
Voglio esprimere un ultimo pensiero per tutti coloro che in questi giorni così tragici stanno affrontando l’esperienza della morte senza poter ricevere i conforti religiosi e lontani dallo sguardo dei propri cari. 
Ci consoli la certezza che nessuno di loro andrà perduto!
“Ovunque possiamo cadere, cadiamo nelle Sue mani. Proprio là, dove nessuno può accompagnarci, ci aspetta Dio: la nostra Vita” (Benedetto XVI).
 
Buona domenica
Don Riccardo  
 

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA - 15 MARZO 2020

Sigillati in casa ma con lo sguardo rivolto a Cristo!

Domenica di Abramo - Gv 8, 31-59


“Noi siamo discendenti di Abramo”, “chi credi di essere”?
Questa domanda così polemica per i Giudei è lo strumento, l’arma provocatoria per avere il pretesto d’attaccarLo, accusarLo e di ucciderLo.
Per noi un’occasione provvidenziale per rimetterci difronte a Cristo in un modo serio.
Per stare seriamente davanti a Gesù e per fare risuonare nei nostri cuori la domanda su di Lui.
Chi sei? Chi pretendi di essere?
Perché qui si misura l’autenticità di ciò che stiamo vivendo e la serietà della nostra sequela, del nostro cammino quaresimale, anche in questi giorni così strani vissuti da sigillati in casa.
Perché in questo cammino noi ci giochiamo tutto e rischiamo anche noi, come i Giudei del Vangelo di sentirci a posto, di sentirci arrivati!
Come se dicessimo: “noi non abbiamo bisogno di Cristo, possiamo cavarcela da soli”.
Questo è il peccato più grande, questo è il tradimento più grande che possiamo compiere: credere di bastare a noi stessi! Non riconoscersi come dipendenti da Lui!
Difronte a Lui che dice esplicitamente “prima che Abramo fosse Io sono” e “senza di me non potete fare nulla”.
È evidente che difronte alla pretesa di Cristo noi dobbiamo dare una risposta.
Che nome dà il Vangelo a questa risposta?
Conversione! La risposta è la nostra personale conversione. Cioè guardare a Lui e lasciarsi guardare da Lui.
Lasciarsi perdonare da Lui, lasciarsi salvare da Lui. Perché la Verità, solo la Verità ci farà liberi e liberi davvero.
Perché la salvezza non è un’ipotesi remota, la salvezza è a portata di mano, anzi, a portata di sguardo.
Lasciamoci guardare da Gesù: in Lui troveremo il riscatto, la salvezza è la vera gioia.

Buona domenica.
Don Riccardo


 

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