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Titolo:   Marta, ti racconto chi era tuo nonno ...
Autore:   Giampierluigi Bonalume
Editore:  Bellavite - Missaglia
144 pagg.
€ 13,00

 

Copertina del libro di Mauro Benatti "Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera". Con questa frase si chiude il Vangelo di Giovanni ma, fatte le debite proporzioni, qualcosa di simile avrebbe potuto essere anche la chiusura di questo bel volumetto del nostro compaesano Giampierluigi Bonalume, Gianluigi per i conoscenti e gli amici, che racconta con linguaggio semplice ed immediato la vita del padre Giuseppe, Peppino come è chiamato nel libro, Pin per tutti quanti lo hanno conosciuto.

Edito da Bellavite di Missaglia, 144 pagine, Marta, ti racconto chi era tuo nonno... é dedicato dall'autore al padre, "un piccolo grande uomo" e a tutti i suoi compagni di prigionia, primi fra tutti coloro che non ce l'hanno fatta a tornare dall'inferno dei campi di concentramento nazisti.

Si diceva che innanzitutto questo libro raccoglie i racconti del padre dell'autore, a partire dagli anni della fanciullezza, i ricordi della scuola e della vita di paese, del nostro paese Sartirana, ove la vita scorreva in accordo con i ritmi delle stagioni tipici della civiltà contadina, e dove la maggiore disgrazia che poteva capitare era quella di "perdere il padrone" delle terre in mezzadria e non essere più in grado di sfamare se stessi e la propria famiglia. Un ruolo centrale in questa società lo aveva la fede, una fede schietta e genuina, fatta di devozione e di ritualità antiche che venivano tramandate alle genenerazioni successive e da queste accettate come parte integrante della loro educazione alla vita. Chi di noi, appartenente alla generazione dell'autore, ha già letto il suo libro, non ha potuto non ricordare quanto i propri padri e nonni raccontavano della loro vita, specialmente della loro infanzia a Sartirana, e ritrovare questi ricordi ben descritti nella prima parte del libro, grazie a veri e propri affreschi da Albero degli zoccoli.

Dopo questi capitoli introduttivi, prende piede il vero cuore della narrazione, come si può facilmente dedurre dal sottotitolo e dalla copertina, incentrata sui racconti del padre dell'autore relativi alla sua prigionia nei campi di concentramento nazisti, dalla cattura, attraverso vicende ed episodi costellati da diversi personaggi che hanno condiviso con lui in vario modo la terribile esperienza di quasi due anni di detenzione, fino al tanto sospirato ritorno a casa.

Questo libro è esso stesso una testimonianza, e lo si capisce dal titolo. L'autore idealmente consegna alla nipote tredicenne Marta, figlia della sorella, la vita del nonno e assieme ad essa il modo di vivere e gli ideali che contavano in quella società che ai giovanissimi di oggi potrebbe sembrare appartenente ad un altro pianeta. Quasi conformandosi alle parole di s. Paolo nella prima lettera ai Corinzi, "Io trasmetto a voi ciò che ho ricevuto", l'autore fà da ponte generazionale affinchè possano sempre essere vere le stesse parole del padre, "Ricordare per evitare di sbagliare ancora". E' questo un messaggio di speranza che viene dal passato e che si prefigge di proiettarsi nel futuro, un insegnamento alla tolleranza verso chi non parla la nostra stessa lingua o non ha le nostre stesse abitudini, un invito a non catalogare le persone in base ai preconcetti ma a saper riconoscere quanto di buono c'è in ciascuno. Peppino ricevette un grosso aiuto durante la prigionia proprio da un soldato tedesco, "il signor Karl, un uomo buono come il pane. Grazie a questo signore il nonno non dimenticò mai questo sacrosanto concetto: per fortuna ogni uomo, in qualsiasi contesto possa trovarsi, è sempre libero di decidere se fare il bene o fare il male. Non esistono stereotipi preconfezionati del tipo "i tedeschi sono tutti nazisti e quindi tutti cattivi". Karl era un tedesco, ma era buono. (pag. 84). Luoghi della prigionia

Al di là di questi scopi primari, comunque è possibile leggere questo libro anche come testimonianza storica; azzeccata l'idea di inframezzare il racconto con richiami storici di vario genere (rappresentati nelle pagine del libro con riquadri a sfondo scuro), sia relativi agli anni della fanciullezza di Peppino durante il regime fascista che ad episodi della seconda guerra mondiale. Mentre si segue il racconto della vita del protagonista, si ha così l'impressione di vivere quegli anni non tanto come ce li consegnano i libri ufficiali di storia ma proprio come li vissero le generazioni dei nostri padri e nonni. In particolare, tramite i ricordi di come Peppino visse la prigionia, il libro contribuisce a dare una testimonianza sulla vicenda dei prigionieri italiani, i cosiddetti IMI (Internati Militari Italiani), vicenda che "non sempre è stata ricordata come dovrebbe perchè non fa notizia" (pag. 124).

Ed infine, ma forse prima ancora di tutto, questo libro è un atto di stima, di ammirazione, di amore, di un figlio verso il proprio padre. Con questa opera l'autore consegna alla nipote ed idealmente alle generazioni future, assieme alle vicende che hanno segnato la vita del padre, anche e soprattutto gli ideali che l'hanno pervasa, l'importanza e il significato dell'avere forte il senso delle "radici", dell'attaccamento alla propria terra, ma nello stesso tempo di possedere un'ampia apertura mentale verso le diversità, la solidarietà e il bene comune e come pilastri fondamentali di una società a misura d'uomo; ma ancor prima di tutto ciò, la consapevolezza che ogni uomo è creato libero e per ciò stesso ha l'inalienabile diritto al rispetto della sua libertà e nel contempo l'altrettanto fondamentale dovere di rispettare la libertà altrui, decidendo in piena autonomia senza seguire la massa ma anzi, a volte, andandole contro: "E' stata anche l'occasione di capire quanto è veramente democratico il Signore, che in ogni circostanza ci lascia liberi di fare il bene o il male" (pag. 93).

Tutti questi ideali sono oggi più che mai attuali, e lo saranno sempre, perchè fanno parte della stessa essenza dell'uomo che è stato creato ad immagine di Dio, Libertà Infinita: figure come quella di Giuseppe Bonalume ce lo stanno a ricordare e ci aiutano a non perderne la consapevolezza.

Un plauso finale va alla copertina, opera di Mauro Benatti, artista brianzolo.

Buona lettura!

 


E' possibile scaricare la presentazione usata dall'autore negli incontri col pubblico e gentilmente concessa


Giampierluigi Bonalume nasce a Sartirana il 21/06/1950.

Giampierluigi con sua nipote Marta Dopo la Laurea in Ingegneria Civile-Trasporti, conseguita c/o il Politecnico di Milano nel 1976, e il servizio militare prestato c/o la Scuola Allievi Ufficiali e Sottoufficiali di Artiglieri di Foligno (di stanza a Torino), dal 1977 diviene insegnante di materie tecniche quali Meccanica, Tecnologia Meccanica e Disegno Meccanico c/o l'Istituto professionale I.P.S.I.A. "P.A. FIOCCHI" di Lecco fino al 2007.

Ha collaborato prima e proseguito poi l'attività del padre per la costruzione dei modelli meccanici per fonderia (pompe, motori, riduttori, basamenti, valvole, ecc).

Libero professionista iscritto all'albo dei Geometri dal 1968 al 1977, successivamente all'albo Ingegneri dal 1977, ha la passione per la montagna.

Sposato con Luisa dal 1978, hanno tre figli: Emilio (1981), Marina (1983) e Giovanni (1988); ha una sorella, Donata, sposata con Renato Caldirola, dai quali i nipoti Elisa (1987), Maria (1989) e Marta (1996).

In un tardo pomeriggio di maggio, nella sua accogliente casa piena di libri e cimeli che donano un'armoniosa atmosfera, incontriamo l'autore Giampierluigi  che ci permette una breve intervista.

 

Giampierluigi, cosa ti ha spinto a metter per iscritto i ricordi e quindi pubblicare questo libro?

Per innumerevoli volte ho sentito mio padre raccontare delle sue vicende in terra tedesca e da sempre ho maturato la convinzione che, se lo aveva fatto, una ragione ci doveva pur essere. Ho trovato lo spunto per decidermi a metterle per iscritto in occasione della giornata della memoria del 27 gennaio 2010, data nella quale sarebbe stato insignito di una medaglia d’onore quale deportato nei lager nazisti. I due sentimenti che si sono sommati sono stati quindi il RICORDO e il RENDERE ONORE, a lui e a quanti come lui hanno contribuito a donarci un futuro migliore. Una frase a me cara, di autore ignoto, che fa bella mostra di sé su una colonna all’ingresso del cimitero di Codera, nell’omonima valle laterale alla Val Chiavenna in provincia di Sondrio, così recita a proposito dei nostri cari che sono andati avanti:

“ Ciò che noi fummo un dì
voi siete adesso
chi si scorda di noi
scorda se stesso. “

 

Perchè hai scelto questo titolo e relativo sottotitolo? la terza media di Marta dove Giampierluigi ha presentato il suo libro

Il titolo è stato il risultato della motivazione principale che mi ha spinto a ricordare e ad onorare mio padre. Se lui fosse stato in vita non mi avrebbe certamente permesso di scrivere un racconto che potrebbe sembrare una esaltazione di un uomo solo. Quello che conta veramente sono gli ideali che lui ha voluto condividere con tante altre persone che lo hanno conosciuto. Nell’intento quindi di tramandare questi nobili sentimenti ho pensato di rivolgermi alle giovani generazioni e quindi a mia nipote Marta in rappresentanza dei ragazzi di terza media che studiano la storia del secolo scorso. Il sottotitolo è scaturito dal desiderio di riconoscere a chi è stato prigioniero nei lager nazisti la dovuta dignità che molti governanti non avevano interesse, soprattutto nell’immediato dopoguerra, a ricordare. Gli schiavi di Hitler negli ultimi anni sono sempre più riconosciuti anche come membri attivi della resistenza per non aver voluto trasformarsi in seguaci della Repubblica di Salò o diventare collaboratori dei tedeschi, anche a costo di rimetterci la vita. Per molti di loro morire di stenti non è stato sicuramente più facile che morire in azione o in un campo di sterminio. Se il 25 aprile non sarà tinto solo di rosso, ma ricorderemo anche loro, forse avremo gettato le basi perché possa trasformarsi in una vera festa di patria condivisa da tutti gli Italiani.

 

Non ti sei limitato ai ricordi della prigionia ma hai voluto descrivere la vita del paesino da cui Peppino è partito. Quanto erano impportanti le "radici" per tuo padre?

Sono stato molto in dubbio se lasciare, abbreviare o ampliare la parte iniziale relativa alle vicende del paese di Sartirana Briantea, anche perché sembravano fuori tema rispetto al sottotitolo del libro. Determinante è stato l’incontro con un amico, che non è di Sartirana ma è innamorato del nostro paesello e dei suoi abitanti. Quando ha saputo ciò che avevo in animo di fare ha voluto leggere la bozza, il suo incoraggiamento è stato determinante nel confermarmi che era doverosa la premessa sulle origini in terra di Brianza e sui valori che ne contraddistinguevano i suoi abitanti. Il bagaglio culturale che ognuno di noi si è formato negli anni della gioventù costituisce il carburante che lo porterà poi ad affrontare e superare le difficoltà che la vita gli riserverà. E’ la fede che ha permesso di non soccombere ad un destino drammatico a tal punto da far desiderare la morte. La fede suscita in chi ha la fortuna di ricercarla la capacità di ergersi al di sopra di ogni tortura del corpo o dello spirito e genera sempre l’autentica forza della vita: la speranza. La fede e la conseguente speranza nella vita, grazie a piccoli segni di carità che in quei momenti assumevano però una valenza enorme, sono stati i valori fondanti in cui si è riconosciuto mio padre in quel periodo e poi nella vita. Questi valori, insieme ad altri quali: il senso del dovere, lo spirito di sacrificio, la tempra del carattere, l’amore per la propria terra e l’immenso desiderio del ritorno alla libertà perduta, gli hanno consentito, avendo avuto la fortuna di non morire per altre cause accidentali, di superare quei terribili giorni.

 

Marta, hai anche tu questo grande senso delle "radici"?

Mi ritengo fortunata perché ho avuto la possibilità, anche se ero solo una bambina, di ascoltare mio nonno parlare della sua vita e dei “segni” che il tempo e le molte esperienze vissute hanno lasciato in lui. Credo invece che nella società contemporanea non si pensi spesso all’importanza delle radici, al legame con la famiglia, la terra di origine, con il passato e la sua memoria. La nostra società infatti è spesse volte più attenta agli aspetti materiali; è una società frenetica che spesso non trova il tempo per riflettere sui valori sui quali si fonda. Per me è stato molto utile aver avuto questa testimonianza perché è stata uno spunto per poter riflettere e capire che le nostre radici sono importanti e sono la base e il fondamento di tutto ciò che abbiamo e quindi le premesse per costruire il nostro futuro in modo saldo e consapevole. Soprattutto le nostre radici sono l’elemento che ci permette di “RICORDARE ED EVITARE DI SBAGLIARE ANCORA” . (pag. 10)

 

La prima parte sulla vita a Sartirana è descritta solo in base ai ricordi di Peppino o hai raccolto l'esperienza di altri coetanei?

Per i ricordi storici locali di Sartirana ho avuto il piacere di contattare tante persone disponibili al racconto e a rievocare i giorni della loro giovinezza. E’ stata un’occasione per incontrare molte persone e rivivere molteplici sensazioni legate ai ricordi. Io purtroppo mi commuovo facilmente e così ho potuto costatare che la commozione mi pervade molto di più, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, quando ascolto o racconto episodi ricchi di buoni sentimenti e ricordi piacevoli. Per ringraziarli tutti dovrei fare un elenco lunghissimo e rischierei di dimenticare qualcuno. Non posso però non ricordare il Sig. Angelo Bonanomi di Merate classe 1924 che, catturato nella stessa caserma di Vercelli, condivise con mio padre il viaggio fino al campo di concentramento di Zittau dove furono immatricolati. Non saprei dire se ho impiegato più tempo a scrivere il libro o a fare le didascalie alle immagini, ma ne valeva sicuramente la pena.

 

Come è avvenuta la ricerca che avete fatto dei luoghi di prigionia e dei personaggi in Cecoslovacchia?

Peppino, sulla destra, incontra Jarka Zastavà nel 1994 Fin dal 1985 Peppino si era recato in Cecoslovacchia, partecipando ad un viaggio organizzato, nella speranza di riuscire a contattare il suo amico Jarka. Le nostre agenzie di viaggio si dovevano però appoggiare per forza all’agenzia di stato Cedok che organizzava tutto in Cecoslovacchia. Approfittando di un pomeriggio libero per la visita di Praga, Peppino disse alla guida locale che accompagnava il gruppo che avrebbe voluto prendere un taxi per farsi portare a trovare il suo amico Jarka. La guida lo consigliò vivamente di non farlo, per non creare qualche problema al suo amico. “Innanzitutto l’autista del taxi è certamente un agente di polizia, la porterebbe solo dove lui ha l’ordine di portarla e poi, ammesso anche che la porti da Jarka lei pensa di fargli una cortesia o di creargli qualche problema? Se è iscritto al partito gli verrebbe chiesto, con sospetto, come mai un occidentale sta cercando di contattarlo; figuriamoci se poi fosse un oppositore o un sostenitore della primavera di Praga del 1968, il sospetto diventerebbe certezza: Jarka ha contatti con gli occidentali!! Questo qui da noi è sicuramente poco piacevole, mi creda!” 

Nel 1992, dopo tre anni dalla caduta del muro di Berlino, siamo ritornati a Praga, questa volta in macchina e liberi di andare dove volevamo. In questa occasione, e poi ancora nel 1993, Peppino ci ha portato sui luoghi della sua prigionia. Il ricordo era un po’ sbiadito ed il paesaggio molto cambiato per la continua estrazione del carbone dalla miniera a cielo aperto. La fabbrica era un enorme petrolchimico ancora oggi perfettamente funzionante. A Cernice, dove era situato il suo campo di concentramento, conoscemmo un signore che aveva lavorato nella stessa fabbrica anche negli anni 1944-45 e che aveva conosciuto il Signor Karl, la sentinella tedesca che gli nascondeva il pane sotto al carbone. Nel cimitero di Most abbiamo visitato la tomba comune dei suoi 184 compagni di prigionia Italiani. Poi ci siamo recati a Karlovy Vary, a Plzen e a Stary Plzenec, ma Peppino, memore di quello che gli aveva detto la guida cecoslovacca nel 1985, non volle andare dalla polizia per cercare di trovare il suo amico Jarka. A Sartirana nel frattempo era venuta ad abitare la famiglia cecoslovacca di Frantisek Svatek e Peppino non aveva perso l’occasione di parlare delle sue vicende passate nel loro paese. La signora Barbora Blahutova, moglie di Frantisek, aveva capito il grande desiderio di ritrovare Jarka, che Peppino coltivava nel cuore da quasi cinquanta anni. Scrisse al Ministero degli Interni del suo Paese che un signore italiano avrebbe desiderato incontrare un compagno di lavoro cecoslovacco che lo aveva aiutato molto durante la guerra. Dopo alcuni mesi il Ministero degli Interni Cecoslovacco comunicò che il signor Jaroslav Zastavà (Jarka) era stato avvisato che l’Italiano Bonalume Giuseppe (Malik) lo stava cercando. Se Jarka lo avesse ritenuto opportuno, grazie all’indirizzo che il Ministero gli aveva trasmesso, sarebbe stato libero di mettersi in contatto con Peppino oppure no. Non era trascorso nemmeno un giorno dalla comunicazione del Ministero che Jarka aveva già mandato un telegramma con il suo nuovo indirizzo e la risposta che avrebbe desiderato ritrovarsi al più presto a Radec Kralovè, la sua città.

Nel 1994 il sogno di Peppino diventa realtà.

 

Peppino era uno spirito libero. Che influenza hanno avuto i suoi ideali sulla tua vita?

Tra poco, anche se non mi sembra vero, compirò sessanta anni. Ringrazio il cielo di aver vissuto tutta la vita in piena libertà ed autonomia, non ho mai avuto un “padrone” e posso affermare senza tema di essere smentito, di non aver mai operato contro, ma di aver agito per costruire qualcosa cercando sempre di non danneggiare gli altri. Negli ultimi anni mi riesce sempre più difficile sopportare le ingiustizie e le falsità di cui la nostra società, purtroppo, si sta riempiendo.

 

Del ritorno a casa colpisce la necessità di dimostrare che aveva veramente vissuto quei due anni di inferno; anche lui come qualche reduce provava il senso di colpa per essersi salvato?

Contrariamente alla stragrande maggioranza dei reduci dai lager nazisti che non hanno più voluto raccontare le sofferenze e le atrocità vissute, lui invece ha raccontato innumerevoli volte ciò che gli era successo. Non penso che provasse un chiaro senso di colpa per essersi salvato, perché il suo racconto è sempre stato lucido e inalterato nel tempo, come per dire che non aveva nulla di cui rimproverarsi nel ricordare, però potrebbe essere stato il suo modo per dire mi dispiace che altri meno fortunati di me non ce l’abbiano fatta a tornare a casa. Le insinuazioni dei primi anni del dopoguerra non avevano certo contribuito a farli sentire degli eroi, ma piuttosto della gente scomoda, per questo molti preferirono tacere e non rivendicare nulla. Lo stato maggiore del nostro esercito italiano non aveva certo piacere di ricordare di aver lasciato allo sbando circa due milioni di persone e che circa 650.000 di loro “gli schiavi di Hitler” erano finiti nei lager per essere utilizzati dai nazisti come manodopera gratuita. I nostri governanti dovevano riallacciare buone relazioni internazionali sia con gli alleati che con i Tedeschi e molti preferirono dimenticare.

 

Dopo questa tua opera non escluderesti un'altra esperienza da scrittore?

Non posso dire di no, anche perché rispondendo alle tue domande mi sono accorto che stavo già invadendo un’epoca storica diversa da quella trattata nel libro “Marta, ti racconto chi era tuo nonno…” e la cosa mi ha un po’ preoccupato! Dovrei cominciare a risparmiare e ad organizzarmi per trovare ancora un po’ di tempo da rubare alla famiglia.

 

Dove è possibile acquistare il tuo libro?

 In Internet digitando: Marta ti racconto oppure www.bellavite.it ;  nelle librerie fornendo il codice ISBN 978-88-7511-131-1 oppure nelle edicole o contattando direttamente l’autore tramite E-mail    Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Grazie per l’attenzione e la condivisione riservatami.

 

  Alla presentazione del suo libro a Sartirana

PROSSIME MOSTRE IN CALENDARIO:

 

VENERDì 4 GIUGNO 2010

ALLE ORE 21

c/o AUDITORIUM di Via Roma 1 - LOMAGNA

grazie al GRUPPO degli ALPINI DI LOMAGNA e con il Patrocinio del Comune di Lomagna 

e il sostegno dei gruppi Alpini di Airuno, Brivio, Cernusco L.ne, Imbersago, Merate, Olgiate-Calco, Osnago, Robbiate, Paderno d'Adda, Verderio, San Genisio.

 

 

 

 

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